ESPACE DIALOGOS, CACHAN

DU 13 AVRIL AU 25 MAI

AAF, LONDRES MARS 2008

 

Archeologie dell’invisibile
(saggio di Lavinia Tonetti)

Laïna Hadengue è l’interprete di un’a Archeologie dell’invisibile

Laïna Hadengue è l’interprete di un’arte che nasce da dentro, nel luogo più lontano del sé, sotto i veli della pelle.

I suoi quadri scandiscono i tempi di un ardito scavo interiore, che tende ad accorciare le distanze dalla verità, talvolta momentaneamente sigillata sotto sembianze divenute estranee par un incantesimo della memoria. Il suo modo di procedere ha radici nel pensiero socratico, in quanto lo spazio del suo cercare non è mai esterno da sé, ma non è neppure del tutto dissimile dal metodo conoscitivo dell’archeologo, che solleva, strato per strato, in senso inverso, le sovrapposizioni di materia depositate nel tempo, vigilando su ogni traccia, anche la più dimessa, affinché uno sguardo distratto non la cancelli per sempre.

Come un archeologo Laïna intuisce per associazioni, vede in anticipo o attende il rivelarsi di un indizio, immagina al di là delle forme il loro significato, il nesso che lega le parti al tutto. Ogni sua singola opera possiede la compiutezza, la misura, la coerenza e la fugace bellezza che si avvertono nei frammenti di affresco sopravissuti, nei cocci di una ceramica mediterranea o nelle singole pagine di un manoscritto antico.

L’impaginazione delle composizioni e l’atmosfera sospesa, pacata, equilibrata ed evocativa, che l’artista riesce a creare, rinviano alla tradizione del classicismo romano e del Rinascimento italiano, dagli affreschi parietali di stile pompeiano, a Piero della Francesca, a Giorgione, seppure filtrati da un linguaggio di matrice astratta.

La pittura di Laïna Hadengue è fatta di trasparenze, è impalpabile, inafferrabile, ra
refatta, eppure coinvolgente, lirica e drammatica come le sinfonie di Mahler. Potrebbe del resto, non avere punti di tan-
genza con la musica una pittura che agisce in una sfera metafisica?


Laïna lavora la materia in modo passionale e con la stessa tenace volontà con cui, per conoscersi, legge se stessa. I colori sono mescolati e accostati sulla tela nel loro stato puro, secondo la più alta tradizione puntinista; il gesso, la sabbia, i pigmenti, gli oli e gli acrilici, diluiti e stesi per leggere velature, sono fatti scivolare sulle superfici in innumerevoli strati e su più supporti, a partire del 2004, anno in cui fanno la prima comparsa dei piccoli fogli di plexiglas, colorati e poi incollati sopra il quadro. L’intervento con il plexiglas raggiunge progressivamente la stessa dimensione della tela, diventando una sua seconda pelle e una nuova originale forma di velatura.


Talvolta sui dipinti affiorano i segni e la tensione di una lotta inquieta, quando l’artista cerca di far vedere, graffiando, scoprendo, spogliando quelle visioni o quelle “membra” che aveva prima coperto, velato, schermato, appannato, mimetizzato per pudore o per una inconscia resistenza, per riserbo o per etica.


Negli spirali delle graffiature o in qualche irregolarità della materia, in una sua improvvisa screpolatura si intravedono in profondità gli strappi ancora vivi dell’esistenza, la nostalgia di una perdita, la violenza delle passioni, le ferite della sofferenza.


Malgrado il male e le sue ombre, tutto è raccontato sottovoce, sommessamente.

Il dolore viene accolto ed espresso come un passaggio irrinunciabile della conoscenza. Per questo in quasi tutti i quadri di Laïna Hadengue non troviamo nessun grido, nessuno strepito di parole : la comunicazione si anima nell’armonia dei
silenzi, che pure portano con sé l’intensità emozionale delle voci del coro di una tragedia antica.

Le contraddizioni dell’essere umano, le pulsioni contrarie, le opposte nature, l’uomo e la donna, il chiaro e lo scuro, il prima e il dopo, la vita e la morte, l’essere e il divenire, l’alfa e l’omega tendono a riunirsi nella tela in una sola diade. Allo stesso modo, pur nelle loro irrinunciabili differenze, il diverso peso dei colori, il movimento fluttuante e sensuale delle sfumature e le partiture create dalle innumerevoli stratificazioni coabitano in un insieme armonioso, vibrante di energia istintuale e di luce soffusa, come mostrano DEVENIR del 2000 e QUADRATURE del 2004, due dipinti fondamentali per comprendere il passaggio che l’artista ha compiuto da un esordio improntato sull’espressionismo figurativo di tradizione francese a una pittura più sintetica e introspettiva, densa di allusioni e di riferimenti simbolici, che attingono da un universo personale e al contempo collettivo.

Alcuni elementi costanti dell’iconografia di Laïna sono il labirinto-spirale e i segni a croce. Mentre il primo simbolo allude all’utero femminile e al cordone ombelicale, le ics, siano esse tratteggiate, disegnate,
in bassorilievo oppure incise sulle superfici, sembrano piuttosto tracce di una scrittura primordiale.
Il segno della ics nasce, infatti, per un istinto incondizionato, quasi fosse un’eredità genetica che ci portiamo dalle nostre origini primitive : traccia di una presenza-assenza, grafia muta, pausa ritmica.

Tra i temi più ricorrenti dell’immaginario dell’artista vi è il dualismo uomo-donna, che ha toccato il livello più alto di compiu
tezza espressiva in due recenti lavori, entrambi del 2005, SILENCIO e LES INSEPARABLES. Anche in questo caso non emerge né l’opposizione, né la sopraffazione di una figura sull’altra e persino le differenze sessuali tra i due corpi monolitici sono appena percettibili. L’uomo e la donna sono una sola carne e nella loro nuova epifania mostrano la forza dei megaliti arcaici e l’aura misteriosa delle teste dell’Isola di Pasqua.

Le immagini, in tal misura stilizzate, sono avvicinabili per l’essenzialità di alcuni tratti che rivelano, ai disegni infantili, quelli in cui le silhouette sembrano sospese nel vuoto. Qui più che nel vuoto le sagome galleggiano in una sorta di liquido amniotico ancestrale, puntualmente ricreato attraverso le trasparenze delle velature.

Cosi il lavoro di Laïna Hadengue, che attraversa con coraggio l’incommensurabile vastità dello spazio interiore – che è anche spazio collettivo e cosmico – ci restituisce l’emozione di chi è in bilico sull’irto crinale che separa l’inafferrabile dal tangibile, il visibile e l’invisibile, eternità e finitudine, corpus et animus

Lavinia Tonetti


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Archéologies de l'invisible
(Texte de Lavinia Tonetti traduit par Paul Chaland)

Laïna Hadengue est l'interprète d'un art qui naît au dedans, au plus profond de " soi ", sous les voiles de la peau.

Ses tableaux marquent les temps d'une fouille intérieure audacieuse, tendant à approcher la vérité, quelquefois momentanément scellée sous des apparences devenues étrangères par un enchantement de la mémoire.
Son mode de procéder a ses racines dans la pensée socratique, en ce que l'espace de sa recherche n'est jamais extérieur à elle, sans qu’il ne soit non plus totalement différent des techniques cognitives de l'archéologue, soulevant couche après couche, en sens inverse, les superpositions de matières déposées au cours du temps, en veillant à chaque trace, fût-elle la plus modeste, afin qu'un regard distrait ne l'efface pour toujours

Comme un archéologue, Laïna procède intuitivement par associations, voit par anticipation ou attend que se révèle un indice, imagine au delà des formes leur signification, le lien qui lit les parties au tout. Chaque oeuvre singulière possède l’aboutissement, la mesure, la cohérence et la fugace beauté que l'on découvre dans les fragments de fresques qui ont survécu, dans les tessons d'une céramique méditerranéenne ou quelque page d'un manuscrit antique.

La mise en page des compositions et l'atmosphère suspendue, calme, équilibrée et évocatrice que l'artiste réussit à créer, renvoient à la tradition du classicisme romain et de la Renaissance italienne, aux fresques murales de style pompéien, a Piero della Francesca ou Giorgione, même s'ils passent par le filtre d'un langage de matrice abstraite.


La peinture de Laïna Hadengue est faite de transparences, elle est impalpable, insai-sissable, retenue, et pourtant engagée, lyrique et dramatique comme les symphonies de Mahler. D'ailleurs pourrait-il ne pas y avoir de points de convergence entre la musique et une peinture qui évolue dans la sphère métaphysique ?


Laïna travaille la matière sur un mode passionnel, de la même volonté acharnée avec laquelle, pour se connaître, elle se lit. Les couleurs sont mélangées et jetées sur la toile dans leur état pur, selon la plus haute tradition pointilliste ; le plâtre, le sable, les pigments, les huiles et les acryliques, dilués et étendus par voiles légers, glissent sur les surfaces en innombrables couches et même sur plusieurs supports, à partir de 2004, année au cours de laquelle apparaissent pour la première fois des morceaux de plexiglas, colorés puis collés sur le tableau. L'intervention du plexiglas atteind progressivement la même dimension que la toile, devenant une seconde peau et une nouvelle forme de transparence originale.

Quelquefois affleurent sur les tableaux les signes et la tension d'une lutte inquiète, quand l'artiste cherche à faire voir, les griffant, les découvrant, les dépouillant, ces visions ou ces " parties de corps " qu'elle avait d'abord couverts, voilés, masqués, embués, camouflés, par pudeur ou par une inconsciente résistance, par réserve ou par éthique.

Dans les spirales des griffures ou dans quelques irrégularités de la matière, dans une crevasse imprévue, on entrevoit, tout au fond, les déchirures encore vives de l'existence, la nostalgie d'une fuite, la violence des passions, les blessures de la souffrance.

Malgré le mal et ses ombres, tout est raconté à voix basse, comme étouffée.

La douleur est reçue et exprimée comme un passage vers la connaissance auquel on ne peut renoncer. C'est pourquoi dans presque tous les tableaux de Laïna Hadengue on ne peut trouver aucun cri, aucun mot tapageur : la communication s’éveille dans l'harmonie des silences, portant aussi en eux l'intensité émotionnelle des voix qui composent le chœur d'une tragédie grecque.

Les contradictions de l'être humain, les pulsions contraires, les natures opposées, l'homme et la femme, le clair et l'obscur, l'avant et l'après, la vie et la mort, l'être et le devenir, l'alfa et l'omega tendent à se réunir dans les toiles en une seule diade. De la même manière, même dans les inévitables différences, la diversité des couleurs, le mouvement fluctuant et sensuel des nuances et les partitions créées par les innombrables stratifications cohabitent dans un ensemble harmonieux, vibrant d'une énergie instinctive et d'une lumière teintée, comme le montrent DEVENIR (de 2002) et QUADRATURE (de 2004), deux œuvres fondamentales pour comprendre le passage accompli par l’artiste depuis l’origine de l’oeuvre imprégnée d'expressionisme figuratif de tradition française vers une peinture plus synthétique et introspective, riche d'allusions et de références symboliques puisant dans un univers aussi bien personnel que collectif.

Quelques signes sont constants dans l'iconographie de Laïna: le labyrinthe-spirale et les croix. Tandis que le premier symbole renvoie à l'utérus féminin et au cordon ombilical, les croix, qu'elles aient été esquissées, dessinées, en bas relief ou incises à la surface, semblent plutôt les traces d'une écriture originelle.

Le signe de la croix naît, de fait, par instinct spontané, comme s'il était l’ héritage génétique que nous portons depuis nos origines primitives : traces d'une présence-absence, graphies muettes, pause rythmique.

Parmi les thèmes récurrents de l'imaginaire de l'artiste se trouve le dualisme homme-femme, qui a touché son niveau le plus élevé d'aboutissement expressif dans deux travaux récents, tous deux de 2005, SILENCIO et LES INSEPARABLES.

Dans ce cas aussi, n'émergent ni l'opposition, ni l'écrasement d'une figure par l'autre, et même les différences sexuelles entre les deux corps monolithiques sont à peine perceptibles. L'homme et la femme sont une même chair et dans leur nouvelle épiphanie, exhalent la force des mégalithes archaïques et l'aura mystérieuse des têtes de l'Ile de Pâques.

Les images, ainsi stylisées, s'approchent, grâce au caractère de quelques traits qui les révèlent, des dessins d'enfants, dans lesquels les personnages apparaissent suspendus dans le vide. Ici, plus que dans le vide, les silhouettes flottent dans une espèce de liquide amniotique ancestral, ponctuellement récréé à travers les transparences des voiles.

Ainsi le travail de Laïna Hadengue, qui traverse avec courage l'incommensurable immensité de l'espace intérieur - qui est aussi un espace collectif et cosmique - nous restitue l'émotion en équilibre instable sur la ligne de crête hérissée séparant l'inaccessible du tangible, le visible de l'invisible, l'éternité et la fin ultime, corpus et animus.

(Traduction de Paul Chaland), 2005


 

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